Il settimo episodio di “SBS Partner” parla di Assosport.
Nel settimo episodio di SBS Partner incontriamo Alessio Cremonese (Presidente MVC Group), nella sua veste di Presidente di Assosport (Associazione Nazionale di Confindustria che rappresenta le imprese italiane produttrici e distributrici di articoli sportivi).
Un approfondimento su un settore solido ma chiamato ad accelerare, tra competitività internazionale, filiere globali, innovazione, sostenibilità e nuove competenze.
Alessio, da Presidente Assosport hai una visione trasversale sull’intero comparto sport system italiano: come sta davvero oggi il settore?
Per essere diretto direi che il settore sta bene ma non può più permettersi di stare fermo.
Lo sport system italiano ha ancora fondamenta molto solide, export forte, brand riconosciuti, una filiera tecnica tra le migliori al mondo, però sta attraversando un passaggio critico perchè sta cambiando la velocità del gioco.
Oggi non basta più essere bravi a fare prodotto. Devi essere veloce, capace di leggere il consumatore in tempo reale e di dialogare con mercati molto diversi tra loro.
E questo, per un sistema fatto in gran parte di PMI, è un passaggio tutt’altro che banale.
Quali sono oggi le principali sfide strutturali per le aziende dello sport in Italia: competitività internazionale, filiera produttiva, attrazione di talenti o altro?
Spesso si citano molte sfide ma il punto è capire quali sono davvero decisive e quelle che hai citato lo sono tutte.
La prima si può riassumere in scala vs specializzazione.
Le aziende italiane sono bravissime a fare prodotti eccellenti ma il mercato globale premia anche chi ha massa critica. Trovare il proprio spazio senza essere schiacciati dai grandi player è una sfida strategica quotidiana.
La seconda è la complessità della filiera, che oggi non è più solo produttiva ma anche geopolitica perché include energia, approvvigionamenti, reshoring, sostenibilità… tutto impatta tempi e costi. Le aziende devono gestire supply chain sempre più globali e interdipendenti e negli ultimi anni molti imprenditori hanno capito che efficienza e costo non possono più essere gli unici criteri. Continuità, flessibilità e affidabilità della supply chain sono diventate variabili strategiche.
La terza è culturale, perché per la nostra industry è fondamentale attrarre talenti che vogliano stare nell’industria, non solo nel marketing dello sport.
Il rischio è avere tanti professionisti che vogliono lavorare “nello sport” ma pochi che vogliono lavorare nel prodotto sportivo, che è il cuore del nostro sistema.
Dove vedi invece un vantaggio competitivo concreto del sistema italiano rispetto ad altri Paesi?
La nostra forza storicamente è stata la capacità di costruire aziende molto vicine al prodotto, ai mercati e alle comunità sportive di riferimento.
Le aziende italiane spesso crescono dentro discipline specifiche, territori specifici o bisogni molto verticali. Questo crea una conoscenza molto concreta dell’utilizzatore finale e una capacità di adattamento che i grandi player, per dimensione, a volte fanno più fatica ad avere.
C’è poi un tema di mentalità imprenditoriale. Molte aziende italiane del settore hanno sviluppato modelli estremamente flessibili con strutture snelle, forte velocità decisionale e capacità di muoversi rapidamente tra sport, fashion, lifestyle e intrattenimento. È una caratteristica che in un mercato sempre più frammentato diventa un vantaggio competitivo reale.
Un altro elemento importante è la cultura del brand. In Italia c’è una capacità riconosciuta di dare identità ai prodotti, che significa non solo performance tecnica ma anche linguaggio, stile, appartenenza. E nello sport contemporaneo questo conta sempre di più, perché il consumatore non sceglie soltanto un prodotto ma ciò che quel brand rappresenta.
Infine, credo che le aziende italiane abbiano sviluppato una competenza molto forte nel competere “di precisione” non cercando necessariamente di essere le più grandi ma spesso le più credibili in un determinato segmento o community.
Ed è interessante perché oggi il mercato globale sta premiando proprio autenticità, specializzazione e capacità di creare relazione con il consumatore, più che la semplice forza dimensionale.
Guardando all’evoluzione del settore, che tipo di competenze e profili pensi sarà sempre più necessario sviluppare anche attraverso percorsi come il Master SBS?
Il settore dello sport sta diventando sempre più complesso e interconnesso. Per questo credo che le competenze più richieste saranno quelle capaci di unire visione strategica, comprensione del prodotto e capacità di leggere i mercati.
In particolare vedo tre aree sempre più importanti:
- Competenze digitali e data-driven: saper utilizzare dati, analytics e strumenti digitali per capire il comportamento dei consumatori, gestire i canali di vendita e prendere decisioni più rapide.
- Competenze legate alla sostenibilità: non solo comunicazione ma capacità di comprendere materiali, processi produttivi, normative e impatti lungo la filiera.
- Competenze internazionali e di supply chain: perché le aziende operano in filiere globali.
Serve poi la capacità trasversale di collegare mondi diversi, riuscendo a dialogare con il prodotto, con il marketing, con la produzione e con il management, trasformando informazioni tecniche in decisioni di business.
In quest’ottica i percorsi come il Master SBS sono molto importanti proprio perchè aiutano a sviluppare una visione multidisciplinare che oggi è essenziale per lavorare nello sport business.
Innovazione e sostenibilità sono centrali nel vostro settore: come si traducono concretamente nelle vostre scelte di prodotto e di filiera?
Lo sport è uno degli ambienti in cui l’innovazione ha sempre avuto un ruolo fondamentale. Molte tecnologie che oggi consideriamo normali sono nate per rispondere a esigenze molto specifiche degli atleti e, successivamente, sono arrivate al grande pubblico.
Quando si osserva il lavoro delle aziende del nostro settore, però, ci si accorge che l’innovazione non coincide necessariamente con la ricerca della prossima grande rivoluzione. A volte il valore nasce da un nuovo materiale, altre volte da una costruzione diversa, da una filiera più efficiente o da una scelta progettuale che allunga la vita del prodotto. Sono interventi meno visibili ma spesso hanno un impatto enorme.
Lo stesso ragionamento vale per la sostenibilità. Per anni il dibattito si è concentrato quasi esclusivamente sugli aspetti ambientali. Oggi le imprese si confrontano con questioni molto più ampie che riguardano la tracciabilità delle filiere, la gestione dei fornitori, le competenze delle persone, la capacità di rispettare requisiti normativi sempre più articolati e di operare con trasparenza.
Per molte aziende questo significa ripensare processi che esistono da anni e trovare un equilibrio tra esigenze che non sempre vanno nella stessa direzione. Il consumatore continua a chiedere performance, qualità e accessibilità; allo stesso tempo crescono le aspettative rispetto all’impatto ambientale e sociale dei prodotti.
Credo che il punto più interessante sia proprio che innovazione e sostenibilità stanno diventando parte delle decisioni industriali quotidiane. Non sono più temi da affidare a un singolo progetto o a una funzione aziendale dedicata ma fattori che influenzano il modo in cui un prodotto viene progettato, sviluppato e portato sul mercato.
Se dovessi spiegare il mondo dell’abbigliamento tecnico sportivo a qualcuno che non lo conosce, qual è la cosa che sorprende di più e che quasi nessuno immagina?
Molti immaginano l’abbigliamento tecnico sportivo come un’estensione del design o della moda applicata allo sport. In realtà è uno dei settori più tecnologici dell’industria manifatturiera, in cui ogni prodotto nasce da esigenze molto precise legate alla pratica sportiva.
Una giacca da sci, una maglia da running o un capo da ciclismo vengono sviluppati a partire da condizioni d’uso concrete. Cambiano temperatura, intensità dello sforzo, durata dell’attività, esposizione agli agenti esterni e livello di protezione richiesto. Ogni variabile influenza materiali, costruzione e prestazioni del prodotto finale.
Questo significa che il lavoro sul prodotto non è mai lineare ma anche piccole modifiche su un dettaglio possono cambiare in modo significativo il comportamento del capo durante l’utilizzo reale. Il risultato finale è sempre il punto di equilibrio tra esigenze diverse che devono convivere nello stesso prodotto, dalla libertà di movimento alla resistenza, dalla leggerezza alla protezione.
👉 Il prossimo appuntamento a settembre 2026, con un’altra storia da scoprire. Intanto puoi leggere i racconti già usciti:
#StayTuned #SBSPartner #Assosport















